Compassione per se stesse: in cosa consiste

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La parola “compassione” in italiano rischia di vedere assumere un significato negativo, simile a “pietà”. In realtà la differenza sostanziale è che se ho pietà di una persona mi sto mettendo in una posizione distaccata, lontana, a volte (non necessariamente) guardandola da una posizione di superiorità, magari con l’accezione del “mi fa pena”.
Se invece provo compassione, come i latini la intendevano etimologicamente “cum patior”, ossia “soffro insieme a” quella persona, significa accompagnarla nella sua difficoltà, con la specifica intenzione di volerla aiutare, di volerle alleviare il dolore o sostenerla nella difficoltà che sta affrontando.

Image by Moshe Harosh from Pixabay 

Quando si parla di compassione per sé infatti si fa riferimento a quel sentire di vicinanza, e desiderio di esserci, che proveremmo per una persona a noi cara, domandandosi se saremmo capaci di provare lo stesso sentimento per noi stesse.
E perciò: che compagna saresti nel cammino a volte difficile della persona a te più cara? Ad esempio che tono di voce e postura del corpo avresti qualora la vedessi in difficoltà? Saresti aspra e dura nello spronare? Saresti giudicante? Oppure dolce e accogliente, incoraggiando con fiducia?

La ricercatrice Kristin Neff dalla fine degli anni ‘90 si occupa degli studi sulla self-compassion e ne ha identificate tre componenti:
1) la presenza mentale, perché prima di tutto devo rendermi conto della mia sofferenza, ma anche sapermi rivolgere al momento presente con una consapevolezza che sa vedere e accettare quello che c’è in quel preciso istante;
2) il senso della nostra umanità in comune col resto del mondo, per cui non sono mai sola nella mia sofferenza;
3) la gentilezza verso di sé che significa essere il contrario di giudicanti verso i propri limiti, ma tolleranti accettandoli.

Tornerò a parlare di questo, intanto vi lascio con le parole di un monaco zen, Thich Nhat Hanh, che nella sua vita ha diffuso sempre nel mondo parole di amore e che si è espresso anche sulla compassione verso di sé:

The Life of Thich Nhat Hanh - Lion's Roar
Thich Nhat Hanh. Photo by Dana Gluckstein.

Amore è la capacità di prendersi cura, di proteggere, di nutrire.
Se non sei in grado di generare questo tipo di energia verso di te — se non sei in grado di prenderti cura di te, di nutrirti, di proteggerti— è molto difficile prendersi cura di un’altra persona.

Thich Nhat Hanh

Marie Curie, una donna che credeva nelle sue capacità e nel valore aggiunto che poteva dare

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Forse come me ve la ricordate insieme con Pierre Curie quando a scuola li abbiamo conosciuti come i coniugi Curie che fecero importanti scoperte sulla radioattività e presero un Nobel della Fisica per questo. Quello che io non ricordo sottolineato ai tempi degli studi scolastici è che Marie Curie è stata la prima donna a ricevere un premio Nobel, e per la Fisica, materia ritenuta appannaggio del mondo maschile per molto tempo.

In realtà ne ha ricevuti due, di premi Nobel, il primo col marito, nel 1903, e il secondo da sola, nel 1911, per la Chimica, quindi in un campo diverso, la prima nella storia a prenderne due non nella stessa materia, seguita ad ora da un altro solo scienziato. Dal primo premio Nobel volevano escluderla perché non era immaginabile che una donna fosse a tal punto protagonista di una ricerca e non una semplice assistente. Dell’unicità del suo contributo però il marito era ben consapevole e si rifiutò di accettare il premio se lei non fosse stata inclusa.

Marie col marito, Pierre

Perché è stata Marie a imbarcarsi in indicibili fatiche anche fisiche che gli studi dell’epoca implicavano in quello specifico campo, non avendo ancora strumentazioni adeguate. È stata pioniera in studi che hanno aperto la strada ai fenomeni radioattivi, aperti da Becquerel ma da lui presto abbandonati, prima col compagno Pierre nella fisica, poi da sola nello studio della chimica di sostanze radioattive, approfondendo gli studi sul radio e il polonio, da lei scoperti. Tutte ricerche che le costarono la vita per l’esposizione massiccia alle radiazioni a cui si sottoponeva nel suo laboratorio, per cui morì per anemia plastica a 67 anni.

Il suo nome originario è Maria Salomea Skłodowska nata a Varsavia da famiglia polacca nel 1867. Nell’inserto del corriere della sera della collana “Grandi donne della storia” del 7 luglio Stefania Podda descrive vari aspetti della vita pubblica e privata di questa donna che ha primeggiato in non poche cose.

Quello che sembrava la animasse in ogni fase della vita era una determinazione, rara a trovarsi, nel perseguire sempre i più alti obiettivi. Era cresciuta in una famiglia che si aspettava l’eccellenza e la coltivava, a prescindere dal genere sessuale. E in una Polonia di fine ottocento, dominata dai russi, formare delle ragazze a un’istruzione superiore non era cosa da nulla.

Arrivata alla Sorbona deve infatti mettersi al passo con studenti praticamente tutti maschi e che in Francia avevano avuto molte più chance di una adeguata istruzione superiore rispetto al liceo femminile in Polonia da cui veniva Maria. Nonostante tutto questo, chiudendosi a studiare notte e giorno in una fredda soffitta del quartiere latino a Parigi, in due anni si laurea in Fisica, l’anno successivo in Matematica e dopo nove anni il dottorato in Fisica e il premio Nobel. Nel frattempo si sposa e ha la prima di due figlie. Si può solo immaginare quanta dedizione e duro lavoro l’abbiano portata a tutto questo.

È stata definita da alcuni, tra cui il suo collega e amico Albert Einstein, una donna fredda, ma quello che si celava dietro le apparenze era una donna capace di grandi slanci, che fin da adolescente è stata capace di forte senso di solidarietà e abnegazione nel dare la precedenza negli studi alla sorella, mantenendola col suo lavoro mentre quella era in Francia a studiare medicina alla Sorbona. Aspetta otto anni prima di riuscire a raggiungerla, superando l’ostacolo di pensieri negativi che la stavano facendo rinunciare, perché dubitava della sua effettiva capacità di farcela a riprendere studi superiori e raggiungere le alte mete che aveva imparato a perseguire, sempre.

La donna apparentemente glaciale è la stessa che, durante l’invasione tedesca a Parigi nella grande guerra, da sola inventa e organizza all’interno di piccole autovetture, prese dalle signore rimaste in città, delle unità mobili con apparecchiature per i raggi X, per poter dare un aiuto importante ai chirurghi che al fronte operano in condizioni estreme. Sono les petites Curies con cui lei sola e poi con l’aiuto della figlia diciassettenne, Irène, faranno migliaia di chilometri su diversi fronti di guerra facendo (e istruendo infermiere a fare) le lastre per individuare i proiettili e permettere operazioni chirurgiche di precisione.

Foto di Benjamin Couprie
1927, Conferenza di Solvay sulla Meccanica Quantistica. Marie è la terza da sinistra, in prima fila. È la prima e unica donna a partecipare per molti anni a questa conferenza periodica.

Nella sua dedizione alla scienza, nella sua determinazione a raggiungere obiettivi di eccellenza, sempre sola in un mondo di uomini, col marito scomparso precocemente in un incidente e che fu per lei un compagno fondamentale di vita, sotto tutti i punti di vista, ci si può chiedere se ci sia un prezzo che abbia pagato nel suo vissuto interiore così ben celato, del tutto privato, la cui fragilità emergeva solo con la sorella, Bronia, e nel diario iniziato dopo la morte di Pierre, rivolgendosi a lui come in un dialogo, mentre scriveva.

Quello che possiamo osservare dall’esterno infatti è la forza che attingeva senza risparmi dalla passione per la ricerca, che faceva pensando anche al resto dell’umanità. Partecipa infatti alla Commissione internazionale di cooperazione intellettuale della Società delle Nazioni, discutendo con lo stesso Einstein perché partecipi, credendo nell’importanza di assumersi delle responsabilità come scienziati, ma senza successo, e nel suo discorso alla premiazione del primo Nobel, afferma di credere nella capacità umana di fare un buon uso di scoperte che altrimenti possono essere sfruttate per scopi dannosi per il mondo, come invece poi accadde nella seconda guerra mondiale con la bomba atomica, dagli studi dello stesso Einstein.

Quello invece che pagava in termini di sofferenza e sacrifici interiori rimane celato come avviene per milioni di altre donne. Ma questa tensione costante verso l’eccellenza, con i grandi ostacoli da superare di una cultura assolutamente non favorevole a un’educazione femminile superiore, tanto meno in ambiti primeggiati in modo esclusivo da uomini, viene di pensare che abbia avuto come contraltare un costo molto alto in termini di richiesta continua a se stessa di prestazioni sempre più alte.

Dobbiamo però riconoscere che Maria sapeva di poter dare molto, e questa consapevolezza, delle proprie alte potenzialità, è secondo me la sua vera eccezionalità, perché da questa si è mosso tutto. Sapeva di poter dare di più e quindi investiva tutto nelle sue forze mentali e fisiche, oltre ogni aspettativa esterna, culturale e sociale, tranne quella della sua famiglia di origine, che le ha insegnato forse proprio questo, a credere in se stessa.