Qualcosa di sbagliato in me

Tag

, , , , , , , , ,

Marilyn aveva speso molte ore sedendo al capezzale della madre morente, leggendole qualcosa, meditando vicino a lei nella tarda notte, tenendo la sua mano e ripetendole più volte che le voleva bene. Per la maggior parte del tempo la madre di Marilyn rimase incosciente, il suo respiro era pesante e irregolare.

Una mattina prima dell’alba improvvisamente la madre aprì gli occhi e guardò la figlia in modo lucido e con profonda e forte convinzione:
“Sai, – sussurrò gentilmente – tutta la mia vita ho pensato che ci fosse qualcosa di sbagliato in me”. Scuotendo leggermente la testa, come per dire “che spreco”, chiuse gli occhi e cadde in coma.

Diverse ore più tardi morì. La figlia prese questo insegnamento come l’ultimo regalo della madre prima di morire.

(Tara Brach, “Radical acceptance”, ed. Rider, 2003)

Quello che la madre di Marylin comprende in punto di morte è di aver sprecato gran parte della propria esistenza credendo che “ci fosse qualcosa di sbagliato” in lei. Questa percezione di sé si può declinare in diversi altri modi, come il sentirsi inadeguata, non all’altezza, non abbastanza brava.

Sì, “brava”, perché sembra essere un problema più comune al genere femminile quello di sentirsi così a disagio con se stesse. Il sentirsi non abbastanza, il percepirsi inadeguate, è diventata un’abitudine persistente per molte.

Tara Brach, psicologa clinica di Washington, esorta tutte/i, sia donne che uomini, a svegliarsi dalla trance del non valere abbastanza, per accettarsi in modo radicale, profondo, per quello che si è.

Secondo la Brach, infatti, l’accettazione profonda di se stesse:

  • è il necessario antidoto ad anni di trascuratezza di se stesse, anni di giudizio, nei quali forse ci si è trattate duramente;
  • permette di invertire la propria abitudine a vivere in guerra con le esperienze non familiari, che spaventano o sono troppo intense, consentendo quindi di esprimere la volontà di sperimentare se stesse e la propria vita così com’è.

Essenziale però è accorgersi di essere dentro questa specie di “trance”, questa profonda convinzione che guida in automatico le proprie convinzioni su se stesse e di conseguenza i propri comportamenti. È come se si fosse protagoniste di un copione già scritto, destinate a reagire in un modo sempre sottilmente uguale alle diverse circostanze, tanto da non sembrare di essere consapevoli che possano esserci delle scelte, delle altre opzioni.

Ma più carenti ci si sente, più ci si percepisce come separate e vulnerabili. La paura che sta dietro è spesso quella di essere imperfette, difettose, e perciò di rischiare di venire rifiutate o abbandonate dagli/lle altri/e.

separateness

La reazione a questo può manifestarsi per alcune nel provare biasimo, anche odio, verso tutto ciò che si considera la fonte del problema: se stesse, gli altri, la vita stessa. Ma anche quando la propria avversione è diretta all’esterno, nel profondo ancora ci si sente vulnerabili.

Questo potrebbe portare anche a diverse forme di sofferenza, come le dipendenze: da alcool, cibo, droghe, ma anche da alcune relazioni, da una particolare persona o più persone, nella convinzione di potersi sentire complete solo in quel modo.

Ecco perché è importante liberarsi della sofferenza del “c’è qualcosa di sbagliato in me”, imparando ad avere fiducia in se stesse ed esprimendo la pienezza di quello che siamo.

Come dice Tara Brach:

Un momento di accettazione profonda è un momento di libertà autentica.
(op. cit.)

Rumi, poesia

Annunci