Il corpo giusto

Eve: Leah, aspetta, non so come farlo. Non so come stare nel mio corpo, non riesco a superare il problema della mia pancia.
Leah: Che cosa c’è che non va?
Eve: È rotonda. Un tempo era piatta.
Leah: È la tua pancia. È pensata per essere evidente. È pensata per essere vista. Eve, guardi quell’albero? Lo vedi quell’albero? Ora guarda quell’altro albero. (Indica un altro albero) Ti piace quell’albero? Odi quell’albero perché non sembra quell’altro albero? Dici che l’albero non è carino perché non sembra quell’altro albero? Siamo tutti alberi. Tu sei un albero. Io sono un albero. Devi amare il tuo corpo, Eve. Devi amare il tuo albero. Ama il tuo albero.

(Eve Ensler, da “Il corpo giusto”, Marco Tropea Edizioni 2005)

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Perché guardiamo a noi stesse diversamente da come osserviamo una foresta di alberi? Perché noi donne fin da adolescenti iniziamo spesso un percorso di non accettazione di come appariamo fisicamente, per cui ci ritroviamo troppo spesso a disagio nella nostra pelle?

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Eve Ensler nel libro “Il corpo giusto” (purtroppo, ad oggi, fuori catalogo) descrive i vissuti di altre donne e i suoi rispetto ad un corpo femminile fondamentalmente non accolto così com’è.
Per questo senso di inadeguatezza, sentito a livello trasversale da milioni di donne, di nazioni, culture ed estrazioni sociali diverse, l’attenzione viene catturata dalla pancia, dalle cosce, dai capelli, etc, perché non vanno bene così come sono, e per questo non rimangono molte altre energie per dedicarsi con tutte se stesse ad altro, che pure sarebbe degno dell’attenzione di una donna, dei suoi personali valori, di ciò che le sta a cuore, in profondità.

Forse mi identifico con queste donne perché mi sono resa conto che se la mia pancia fosse piatta, allora sarei bella e sarei al sicuro, sarei protetta. Sarei accettata, ammirata, importante, amata. Forse perché per gran parte della mia vita mi sono sentita sbagliata, sporca, colpevole e cattiva, e la mia pancia è il contenitore, il marsupio per tutto quell’odio verso di me. Forse perché la mia pancia è diventata il magazzino del mio dolore, delle mie cicatrici dell’infanzia, della mia ambizione insoddisfatta, della mia rabbia inespressa. Come una discarica tossica, essa è dove entrano in collisione le traiettorie esplosive ─ l’imperativo giudeo-cristiano di essere buone; il mandato patriarcale per cui le donne devono stare buone, rimanere inferiori; l’imperativo della società dei consumi di essere migliore, che si basa sul presupposto che tu sia nata sbagliata e brutta e che essere migliore comporta sempre spendere soldi, molti soldi.

(ibidem)

Spesso dietro questa inadeguatezza fisica si nasconde un più profondo senso di essere sbagliate, imperfette, da correggere. Spesso dietro si nasconde l’ansia di essere ammirate, amate, accettate, come pure si nascondono imperativi sociali, culturali e perfino religiosi che creano un unico imperativo: sii diversa, sii migliore, così come sei non vai affatto bene, secondo standard stabiliti da altri.

E se invece, in nome di tutte le donne e ragazze e bambine che soffrono questa disparità rispetto a un immaginario femminile irreale e perciò inarrivabile, cominciassimo a posare su di noi uno sguardo non giudicante, ma che osserva e comprende ogni tratto, fisico e interiore, come il frutto di un percorso che ha permesso a quella donna, ragazza, bambina, di essere lì così com’è?

Anna Magnani diceva ai truccatori: “Non togliermi neppure una ruga. Le ho pagate tutte care.”. E così come guardiamo a un albero cercando di capire il processo che ha fatto sì che fosse incurvato in un modo piuttosto che in un altro, come la direzione della luce come gli è arrivata o lo spazio che ha avuto per crescere, proviamo a posare lo stesso sguardo su noi stesse, di comprensione e accoglienza per quello che siamo, così come siamo. Perché abbiamo tutte un corpo giusto. Perché siamo del tutto adeguate, con tutti i difetti che possiamo avere, sia esterni che interiori. A un albero andresti a dire com’è sbagliato così com’è…?

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