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Leggevo una pagina del libro Il cuore dell’insegnamento del Buddha di Thich Nhat Hanh, ed. Neri Pozza (fuori catalogo), e a pagina 36 in una nota trovo scritto:

L’A. utilizza sia il maschile che il femminile, ad evitare ogni discriminazione nel linguaggio. Per non appesantire il testo italiano, scelgo di impiegare il maschile nella sua accezione più generica, in cui la specificazione del sesso del soggetto non è determinante ai fini del senso del discorso (N.d.T.).

Sono rimasta molto colpita. Il maestro vietnamita nello scrivere questo libro nel 1998 fa una cosa bellissima, coerente col suo messaggio di amore inclusivo, non discrimina il genere maschile o femminile nei suoi racconti e nelle sue spiegazioni. La traduttrice decide invece di farlo, “per non appesantire il testo italiano”.

Si potrebbero fare molte considerazioni. La traduttrice e non il traduttore decide arbitrariamente di modificare il messaggio del suo stesso maestro (è una praticante buddhista nella stessa scuola). La donna e la praticante in lei decidono di fare questa discriminazione di genere, ritenuta “non determinante ai fini del senso del discorso”.

Qual era il discorso in quel momento nel testo?

Riconoscere e identificare la sofferenza è come il lavoro di un medico che diagnostica una malattia. Egli (qui la nota rimandata a piè di pagina) domanda: «Se premo qui, fa male?»; allo stesso modo noi diciamo: «Sì, questo è il mio dolore. Mi è capitato questo». Le ferite del cuore diventano oggetto di meditazione. Le mostriamo al dottore; le mostriamo al Buddha, il che significa che le mostriamo a noi stessi. La nostra sofferenza è noi stessi e va trattata con gentilezza e nonviolenza.

Thich Nhat Hanh includeva il genere femminile nella figura del/della dottore/essa e così nel resto del libro, non volendo identificare alcuna figura come orientata nel genere in modo stereotipato e preordinato.

Poco più su era scritto:

Il Buddha ha detto che soffrire e non sapere che si sta soffrendo è molto più doloroso del peso sopportato da un mulo che porti un carico inimmaginabile. (…) La sofferenza va identificata.

Ecco, io invito ogni donna a fare luce su questa sofferenza che ci portiamo inconsapevolmente dentro e intorno a noi. La discriminazione del genere femminile che parte dal nostro linguaggio, quello di tutti i giorni e quello di testi che vorrebbero andare in una direzione, secondo le intenzioni di chi li scrive, e che invece sottilmente vengono orientate nel genere e nella discriminazione nella loro traduzione.

Si chiama sessismo linguistico. Nel 1987 Alma Sabatini nel suo Il sessismo nella lingua italiana per la Presidenza del Consiglio dei Ministri e Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra uomo e donna (qui un estratto), scriveva che quello che contava era un cambiamento più sostanziale nell’atteggiamento nei confronti della donna, e che questo dovesse trasparire dalle nostre scelte linguistiche. Affermava infatti che “l’uso di un termine anziché di un altro comporta una modificazione nel pensiero e nell’atteggiamento di chi lo pronuncia e quindi di chi lo ascolta.

E descrive i cambiamenti linguistici della nostra lingua, per i quali nessuno ha opposto resistenze o rigidità per dissonanze (come le attuali per sindaca). Siamo infatti passati/e già alla fine degli anni ‘80 da: facchino, spazzino, mondezzaro, becchino, serva o anche donna di servizio, a: portabagagli, netturbino, operatore ecologico, operatore cimiteriale e colf. Per le razze, da giudeo (dopo l’olocausto) a israelita o anche ebreo, da negro a nero.

E commenta:

Molti di questi cambiamenti non si possono definire «spontanei», ma sono chiaramente frutto di una precisa azione socio politica. Essi mostrano l’importanza che la parola/segno ha rispetto alla realtà sociale ed il fatto che siano stati assimilati significa che il problema è veramente diventato «senso comune» o che, per lo meno, la gente ormai si vergogna al solo pensiero di poter essere tacciata di «classista» o «razzista». Quando ci si vergognerà altrettanto di essere considerati «sessisti» molti cambiamenti qui auspicati diverranno realtà «normale».

Racconta poi di come venti anni prima, ossia negli anni ‘60, negli Stati Uniti già si redigevano norme per regolamentare a livello istituzionale un linguaggio non sessista nei documenti, oltre ad aver già applicato nella vita di tutti i giorni cambiamenti come quello dell’uso del “lui/lei” come pronome ogni volta che non è determinabile (“he/she”, “his/her”), oppure nell’adottare l’appellativo di Ms. per una donna, invece del discriminativo a livello di stato civile come Miss o Mrs., quando un uomo veniva da sempre chiamato solo Mr.. Perché un uomo rimane un uomo, con un suo valore sociale indipendentemente dall’essere sposato o no, una donna invece, soprattutto nel passato, era vista come “pericolosa” o appellata in modo dispregiativo con “zitella”.

Oggi leggendo la nota del libro buddhista sono nuovamente consapevole, come fosse la prima volta, di questa discriminazione che porta sofferenza e che parte dalla nostra lingua, modificando il nostro pensiero, trasversalmente a ogni contesto, anche quello altamente culturale e/o spirituale, e arriva in ultimo a portare sofferenza a milioni di donne in molti altri modi, a differenti livelli sociali, identificandole come inferiori, non alla pari, non valorizzate nella loro differenza, e per questo, in ultimo, a essere vittime di violenza, la violenza appunto di genere.

Voglio infine approfittare di questo spazio per invitare tutte e tutti a firmare questo appello lanciato dal gruppo “Chi colpisce una donna colpisce tutte noi”, che, facendo riferimento alla Convenzione di Istanbul e alle realtà (ignorate)  già presenti nel territorio nazionale a sostegno delle donne vittime di violenza, denuncia l’assenza di reali e significative misure contro la violenza sulle donne da parte dell’attuale governo:

https://www.change.org/p/on-ministro-angelino-alfano-vogliamo-competenza-non-apparenza

La prevenzione nasce dalla modificazione della cultura di genere. E in questo la Convenzione di Istanbul è stata chiara in molti punti, come nel preambolo dove è scritto:

Riconoscendo che la violenza contro le donne è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione.

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